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San Oscar Romero d'Americo: martire di popolo
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Il 24 marzo ricorre l'anniversario della tragica uccisione di San Oscar Romero d'America, assassinato nel 1980 e proclamato Sa

Riportiamo l'articolo a firma di Anselmo Palini (autore di "Oscar Romero. Ho udito il grido del mio popolo") pubblicato su "Il Giornale di Brescia" di martedì 24 marzo 2020. 

 

 

Lunedì 24 marzo 1980, verso le ore 18,25, mentre stava celebrando messa, appena terminata l’omelia, l’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, è colpito al cuore da un colpo di arma da fuoco. Caricato su una vettura, muore poco dopo in ospedale. Viene così messa a tacere la voce che in El Salvador, la più piccola nazione centroamericana, oppressa da una feroce dittatura militare, denuncia senza paura violenze, sequestri, omicidi, indicando responsabilità e complicità.


Si tratta di una voce scomoda per le oligarchie politiche ed economiche che si definivano cattoliche e sostenevano di lottare per la difesa della civiltà cristiana contro il comunismo. Per i poveri e gli oppressi è invece una voce amica e fedele, una difesa contro i soprusi e le prepotenze.


Il giorno prima, domenica 23 marzo, in un’omelia monsignor Romero aveva invitato i militari a disobbedire agli ordini che chiedevano loro di continuare nelle uccisioni e nelle violenze contro quanti reclamavano libertà e giustizia. Tale invito, espresso perentoriamente con le parole «Vi scongiuro, vi prego, vi ordino: cessi la repressione», probabilmente fu la goccia che fece traboccare il vaso e portò a mettere in atto il piano, pronto da tempo, per assassinare l’arcivescovo. L’arcivescovo venne dunque ucciso perché denunciava le ingiustizie e le violenze messe in atto dal potere politico, militare ed economico. Oscar Romero era stato un uomo della tradizione, un uomo che per oltre trent’anni della sua vita sacerdotale non aveva mostrato particolare interesse per i problemi politici e sociali. Ad un certo punto però, con la nomina ad arcivescovo di San Salvador e posto di fronte all’assassinio di alcuni suoi sacerdoti, rifacendosi ai documenti del Concilio, dell’assemblea dei vescovi latinoamericani di Medellín e di Paolo VI, comprese in modo sempre più chiaro e preciso che era suo dovere illuminare le realtà terrene con gli insegnamenti del Vangelo, interrogandosi sulle condizioni di vita del suo popolo e sulle violenze a cui era soggetto. Si rese conto del fatto che nei poveri, nei perseguitati, negli sfruttati, nei crocifissi vi era il volto di Cristo.


Soprattutto nei tre anni da arcivescovo, Oscar Romero ha sempre più chiaramente sentito il grido del proprio popolo, oppresso nei diritti fondamentali, e a questo popolo ha prestato la propria voce, indicandogli la strada della conversione e della nonviolenza per uscire dal dramma che stava vivendo. Si schierò così, decisamente, in difesa dei perseguitati e degli oppressi, convinto del fatto che i valori evangelici andassero incarnati e non solo affermati, che non bastasse raccogliere i moribondi e i sofferenti, ma che fosse anche necessario denunciare le situazioni di violenza strutturale e istituzionalizzata, indicare in modo preciso le responsabilità dei sequestri, dei soprusi e dei massacri. E per questo motivo la sua voce venne messa a tacere per sempre.


A 35 anni di distanza dalla sua morte, il 23 maggio 2015 Oscar Romero è stato beatificato a San Salvador alla presenza di una folla immensa, e il 14 ottobre 2018 a Roma è stato canonizzato insieme al nostro papa Paolo VI. Ora anche per la Chiesa cattolica è «San Romero de las Americas». Nel tempo complicato e difficile che stiamo vivendo, non dobbiamo dimenticarci di chi ha dato la vita per un mondo migliore.

 

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