Quando il lavoro non basta

Venerdì 24 aprile 2026

Documento di pensiero delle Acli provinciali

 

DOCUMENTO DI PENSIERO DELLE ACLI PROVINCIALI

Primo Maggio 2026

 

Quando il lavoro non basta

Come Gesù lascia intendere nella parabola dei talenti, quanto ci è stato affidato non va sepolto sottoterra, ma messo in circolo e moltiplicato nell’orizzonte del Regno di Dio. Tale orizzonte è più ampio di quello privato e non riguarda un mondo utopico […] Gesù scuote le configurazioni ingiuste del potere, le strutture di peccato che scavano abissi tra poveri e ricchi, fra privilegiati e scartati, fra amici e nemici. Ogni talento, ogni opportunità, ogni bene posto nelle nostre mani ha una destinazione universale, un’intrinseca esigenza di essere non trattenuto, ma ridistribuito, perché la vita di tutti sia migliore. (dal discorso di Papa Leone nel Principato di Monaco del 28/03/2026)

Il mondo del lavoro di oggi è un mondo di paradossi.

Ci sono aziende costrette a rifiutare commesse perché non trovano personale, a fronte di un costante zoccolo duro di disoccupazione.

Il mercato del lavoro italiano sembrerebbe, quantitativamente, in buona salute, con occupazione in crescita e disoccupazione in calo. I numeri, però, vanno interpretati: sono in aumento le persone in attivo e la crescita dell’occupazione è fortemente condizionata da una ragione demografica: si spostano verso l’alto le generazioni in cui c’è più partecipazione al mercato del lavoro e, quindi, c’è un incremento quasi automatico dell’occupazione che si colloca, in grande prevalenza, nella fascia d’età più avanzata.

Un amministratore delegato di una grande azienda, può arrivare a guadagnare da 100 a 600 volte in più rispetto ad un dipendente medio. Questo conferma il fenomeno della forte differenza nella distribuzione dei redditi, a notevole sfavore delle classi più giovani, nelle quali prevalgono largamente le figure di “working poor”, persone che, pur avendo un’occupazione, più o meno stabile, guadagnano così poco da far fatica ad arrivare a fine mese. E questo significa che il lavoro non basta!

Permane un pesante “gender gap”, a sfavore delle donne, non solo in termini di salario ma anche riguardo opportunità, diritti, rappresentanza sociale, conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, con peso della cura che continua a gravare, ancora largamente, sull’universo femminile.

Nel nostro Paese abbiamo uno strumento fondamentale di tutela, la contrattazione collettiva – da preservare e difendere - che deve recepire le problematiche ed introdurre i relativi correttivi. Spesso, però, è in ritardo, anche con anni di mancati rinnovi, lasciando scoperte larghe fasce di lavoratrici e lavoratori. Sarebbe necessaria una riforma per renderla più efficace, accompagnandola ad una misura, articolata, che eviti stipendi al di sotto di una soglia minima.

Paradosso dei paradossi, la filiale italiana di una multinazionale statunitense ha licenziato tutto il personale sostituendolo con l’Intelligenza Artificiale. Ciò fa sorgere un inquietante interrogativo: un sistema fortemente connotato dalla invasiva presenza di tecnologia, robotica ed Intelligenza Artificiale potrebbe portare ad una forma spinta di disoccupazione tecnologica? Il rischio c’è ma dipende anche da come, da parte nostra e dei datori di lavoro, vengono utilizzati questi strumenti. Da un lato i datori di lavoro devono essere maggiormente responsabilizzati sulla sorte delle persone alle loro dipendenze. A fronte di licenziamenti a causa dello sviluppo tecnologico, potrebbe essere introdotto l’obbligo, per l’azienda, di farsi carico dei costi sociali che questi comportano; andrebbe in qualche modo prevista una specie di assunzione di responsabilità sociale e, in tale contesto, il settore privato dovrebbe dare un maggior contributo, integrando ciò che fa lo Stato.

Dall’altro lato noi, nella veste di consumatori, possiamo e dobbiamo fare la nostra parte, nella consapevolezza della forza delle nostre scelte; si pensi, ad esempio, al settore della moda: se cominciassimo a prestare più attenzione nelle scelte di acquisto, potremmo spingere le imprese ad essere socialmente responsabili e molto più attente alla tutela ed alla difesa dei diritti di chi lavora.

Per disinnescare i meccanismi umilianti per la persona, impoverenti per l’economia e disgreganti per la coesione sociale, occorre costruire un nuovo mondo del lavoro che sappia formare le nuove generazioni e valorizzare le competenze di tutti. E’ necessario mettere al centro una civiltà orientata alla giustizia, al gusto del lavorare insieme, nel rispetto di ogni lavoro e di ogni persona: «In questo nostro tempo, nel quale il lavoro sembra essere tornato a rappresentare un’urgente questione sociale… è necessario, con rinnovata consapevolezza, comprendere il significato del lavoro che dà dignità» (Papa Francesco, Lettera apostolica Patris corde, n.1)

 

 

 

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