Il lavoro mobilita l'uomo

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#EDITORIALE

EDITORIALE: IL LAVORO MOBILITA L'UOMO

di Roberto Rossini (presidente provinciale Acli)

Una volta si spostava il lavoro. Oggi anche il capitale. È l’internazionalizzazione dei mercati, baby… Parola difficile da dire e da sopportare per chi lavora qui e perde il posto, dato che l’impresa s’è trasferita a Timisoara o nel Guangdong, dove un operaio costa un piatto di lenticchie.
Il Papa disse cose chiare: delocalizzare solo per guadagnare è praticamente un peccato. Concordiamo. A volte si va all’estero sulla pelle del lavoratore: l’uomo come la materia prima, si prende dove costa meno, come il gas. Il dirigente, invece, prende di più: secondo il Censis, i dirigenti all’estero hanno una retribuzione quasi doppia (media di 140mila euro) dei colleghi più “pantofolai” che rimangono qui. Così, mentre scriviamo, la nostra Camera di commercio organizza un seminario sul mercato russo, mica in Valtrompia, dove pure parlano in modo poco comprensibile per il top manager. Perché in tante aree di questo mondo tutto costa meno, la burocrazia è snella e non ci sono gli ambientalisti.
Lo Stato italiano sopporterà i costi sociali indotti: casse integrazioni e altri sussidi per sostenere persona e famiglie. L’impresa guadagna di più e a pagare i costi sociali siamo noi lavoratori.
Comoda… Ma, onestamente, c’è anche da dire che la globalizzazione non è ignorabile. Se produco calze a Botticino e non le vendo perché costano troppo, e il “troppo” deriva dal costo del lavoro e dalle tasse, che fare? Chiudere, produrre un buco, lasciare comunque senza lavoro. Peggio: chiedere una riduzione delle tutele sociali. A volte andare all’estero è questione di sopravvivenza. Volendo anche di bene comune: nostro “fratello” sta anche a Shanghai… Che strada prendere allora? Ne parliamo in questo numero, ma intanto ecco tre suggestioni.
La prima, un serio ripensamento del “sistema Italia”: investire su ricerca, sviluppo tecnologico, scuola e formazione professionale, infrastrutture davvero necessarie (non quelle ridicole tipo il ponte sullo Stretto). L’Italia della calza non funziona più, quella delle produzioni sofisticate sì. La ricerca tiene qui la migliore impresa, quella più creativa e tecnologica.
La seconda, sollecitare un nuovo Piano del lavoro, come auspicato dai sindacati al 1° maggio, una nuova concertazione sociale, una collaborazione pensata tra impresa e lavoratori per evitare la lotta continua tra sindacati e imprese.
La terza, sollecitare i nostri rappresentanti politici internazionali a chiedere norme più stringenti per il lavoro decente in tutte le parti del mondo, altrimenti si rischia la guerra dei poveri: un’authority internazionale che faccia rispettare, attraverso sanzioni economiche, alcune tutele sociali. Ce ne sarebbero altre. Il tema è aperto e ci riguarderà da vicino: qualcuno immagina anche una nuova emigrazione d’italiani all’estero.
Ci siamo sempre sentiti cittadini di questo mondo.
Non lo faremo solo quando ci fa comodo. Perché non è la mobilità che non ci piace: è questa mobilità che ci solleva un po’ di dubbi.

 

In questo numero di Battaglie Sociali:

Di nuovo. Routine della politica - Pieranna Buizza
Luoghi per un nuovo umanesimo - Michele Busi
Racconto di un corpo dissolto - Fabrizio Molteni
Lavorare in Argentina - Silvia Capretti
Sportelli Immigrati - Andrea Franchini
Isola dell'Usato - Circolo Acli Iseo
GULLIVER: se il lavoro mobilita - autori vari
Complicazioni per la minima - Rita Tagassini
Il lavoro più strano del mondo - Stefania Romano
Dislocata, frammetata, posticipata - Buizza, Rivetti - Del Ciello
Rita Gabelli: una vita per le donne - Salvatore Del Vecchio
Segni del tempo - autori vari
Massa o comunità? - don Mario Benedini

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