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Contro la povertà va realizzato un ecosistema intelligente
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Il ministro Catalfo ha organizzato un evento per riflettere come si possa parlare oggi di servizi territoriali e di lotta alla povertà. La questione meriterebbe molto spazio, e infatti al convegno hanno partecipato più voci. Ma fa piacere registrare che tra le voci non c'era solo l'ente pubblico - locale, nazionale e internazionale - ma anche alcuni soggetti del Terzo settore: compresa l'Alleanza contro la povertà. Cosa abbiamo detto, dunque, per contrastare la povertà? Tra le molte riflessioni abbiamo scelto queste tre parole.

 

La prima parola è universalità. Il sistema dei servizi sociali e del RdC deve allargarsi sempre più rivolgendosi a tutti, come è per il sistema sanitario: prevenzione, promozione, inclusione, rafforzamento (enpowerment). Universalità significa occuparsi di tutti e di ciascuno. In questo senso si inseriscono le 8 proposte che l'Alleanza contro la povertà ha predisposto per garantire a ciascuno e a tutti una tutela contro la povertà. Ecco allora la necessità di modificare la scala di equivalenza per tutelare meglio i minori e le famiglie, la modifica dei requisiti d'accesso e l'utilizzo dell'Isee corrente per essere puntuali con le nuove povertà, la riduzione dei 10 anni richiesti agli stranieri per l'accesso al RdC: quest'ultima è davvero uno scandalo.

 

La seconda parola è presa in carico. L'ideale sarebbe reintrodurre uno screening iniziale da parte del servizio sociale territoriale affinché la valutazione della condizione di povertà garantisca un aiuto personalizzato. Se questo non sarà tecnicamente possibile, allora sarà necessario stabilire dei criteri automatici più comprensivi delle diverse situazioni. La presa in carico delle situazioni di povertà dovrà essere accompagnata dalla definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (LEP), perché i servizi sul territorio sono troppo diseguali.

 

La terza parola è territorio e Terzo settore. La legislazione nazionale sulla povertà deve orientarsi ad essere sempre più legge quadro valorizzando le esperienze e le prassi locali. È in questo modo che entra in gioco lo straordinario ruolo del terzo settore. L'obiettivo potrebbe essere il costruire un “ecosistema” che comprenda la biodiversità sociale di tutti i soggetti, quelli pubblici e quelli del privato-sociale. Questo approccio sarebbe molto utile anche per le politiche attive del lavoro: investire sui soggetti che a diverso titolo fanno formazione definendo percorsi disponibili e standard di raggiungimento.

 

Se non ci fosse stato il Covid, avremmo potuto dire che eravamo sulla buona strada per contrastare efficacemente la povertà, invece la realtà ci sorprende sempre e ci fa capire che i sistemi da progettare oggi debbono avere almeno due caratteristiche decisive. In primo luogo è importante stabilire delle connessioni efficienti ed efficaci con gli altri sistemi (sanitario, dell'istruzione e della formazione, della previdenza, del lavoro ecc.). In secondo luogo è decisivo costruire un sistema resiliente, una resilienza intesa come stabilità delle risorse e delle regole pur nella flessibilità interna garantita dall'esistenza di un sistema con più livelli di potere (quello centrale, potere regolatore, e gli altri in senso orizzontale e verticale) e di intervento.


Un sistema intelligente: una Intelligenza sociale che apprende e interviene con competenza e appropriatezza.

 

 

Intervento pubblicato sul sito www.vita.it

 

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