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Il referendum sa coinvolgere ancora il cittadino?
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Il 15 ed il 16 febbraio scorsi, la Corte costituzionale si è pronunciata sull’ammissibilità di otto quesiti referendari.


Non hanno superato il vaglio della Corte, oltre a quello sulla responsabilità diretta dei magistrati, i referendum su “eutanasia legale” e “cannabis legale”, che erano stati gli unici ad essere presentati con le firme dei cittadini: più di un milione e duecentomila firme il primo e più di seicentomila firme il secondo. 
Gli intenti dichiarati dai promotori referendari, e che hanno incontrato il favore di parte della cittadinanza, erano quelli di legalizzare l’eutanasia e l’uso della cannabis, attendendosi che in Parlamento, su questi temi, ci sia paralisi decisionale. 


E tuttavia, specie con riferimento al referendum sull’eutanasia legale, il quesito proponeva ben altro e rischiava di aprire a pericolose soluzioni, contrastanti con i più basilari principi che regolano la convivenza civile. Vertendo, infatti, sull’abrogazione parziale dell’art. 579 del codice penale, il quesito chiedeva di depenalizzare l’omicidio del consenziente, rendendo pertanto legale l’uccisione di colui che vi avrebbe prestato consenso (purché adulto, non infermo, non sotto azione di sostanze stupefacenti). In altri termini, avrebbe introdotto “una licenza ad uccidere”. Una simile prospettiva non avrebbe risolto, come pareva essere intenzione dei referendari, il delicatissimo tema del “fine vita”, ovvero quel sottilissimo confine tra la libera determinazione di ciascuno di porre fine alla propria esistenza, specie quando si trovi in condizioni di sofferenza, e l’indisponibilità della vita umana, che non può essere ceduta ad altri affinché ne dispongano. 


Altrettanto il quesito sulla coltivazione legale per uso personale della cannabis, al netto delle perplessità espresse dalla comunità scientifica sugli effettivi benefici e sulla presunta innocuità di detta sostanza, la Corte ha sottolineato che il quesito avrebbe aperto alla legale coltivazione di altre sostanze stupefacenti, quali ad esempio la cocaina.


Le pronunce di inammissibilità mostrano i limiti dell’efficacia del referendum su questioni controverse e hanno dimostrato quanto sia più che mai urgente intervenire con leggi che recepiscano le diverse istanze. I due quesiti rispecchiano, infatti, domande ed esigenze profonde della società (le firme raccolte ne sono chiara dimostrazione) che necessitano di una risposta: spetta ora al Parlamento correttamente interpretarle e incanalarle secondo la trama costituzionale, superando quell’inerzia in materia che lo connota da troppo tempo.


Saranno, invece, oggetto di consultazione popolare, in data ancora da individuarsi tra il 15 aprile ed il 15 giugno, i referendum sulla giustizia, di cui si sono fatti promotori nove consigli regionali, su impulso di Lega e Partito Radicale, e che vertono sull’abrogazione delle disposizioni in materia di incandidabilità, sulla limitazione delle misure cautelari, sulla separazione delle funzioni dei magistrati, sull’eliminazione delle liste di presentatori per l’elezione dei togati al CSM, sulla partecipazione degli avvocati ai consigli giudiziari. Detti quesiti mostrano indubbi caratteri di tecnicità e complessità, chiedendo al cittadino di esprimersi su materie quali l’ordinamento giudiziario e il sistema delle pene di cui non può avere piena conoscenza, salvo essere un addetto ai lavori. 


Il rischio, in tal caso, è che la complessità della materia allontani il cittadino dal voto, smarrito dinanzi a quesiti che non può padroneggiare o, peggio, che formuli il proprio convincimento affidandosi a letture ideologiche di cui rimane solo spettatore e non si sente parte in causa. In entrambi i casi verrebbe vanificata la dimensione democratico partecipativa del referendum, rendendo quest’ultimo uno strumento distante dai cittadini, a servizio degli eletti (i proponenti sono i consigli regionali) e non degli elettori.
La campagna referendaria che si aprirà possa quindi essere un serio spazio di riflessione, che coinvolga il cittadino nel merito dei quesiti.

 

L'articolo è stato pubblicato sul settimanale diocesano "La voce del popolo" di giovedì 3 marzo 2022 a firma di Federica Paletti

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