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Si continua a morire di lavoro
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Mentre si sperimentano e si discute, di grandi cambiamenti tecnologici nel lavoro industriale e della logistica con l’introduzione di maggiore automazione, sistemi di produzione avanzati, robots collaborativi, esoscheletri ecc., che riducono la fatica e la pericolosità, le cronache giornaliere segnalano un aumento degli infortuni di grave entità, soprattutto di quelli mortali. I dati di questi mesi sono allarmanti per il numero e soprattutto per le modalità con i quali accadono. Ciò avviene in coincidenza con la ripresa dell’economia, quasi che la crescita del Pil porti con sé, necessariamente, un tributo di vite umane.

 

Di lavoro e sul lavoro si continua a morire, nelle fabbriche, nei campi e nelle serre, nei cantieri edili, nei magazzini, sui mezzi di trasporto. Dietro ciascun numero, una persona, una famiglia devastata dalla perdita, interrogativi che si rincorrono, promesse e  impegni. Gli ultimi dati parziali e provvisori diffusi dall’Inail raccontano che da gennaio ad agosto 2021 hanno perso la vita almeno 772 lavoratori e lavoratrici: sono morte sul lavoro 620 persone, altre 152 sono decedute nei tragitti casa-lavoro e negli spostamenti per lavoro.

 

Le vittime sono in gran maggioranza uomini, ma restano soprattutto impressi i nomi e i volti di donne e ragazze più di altri. Luana D’Orazio, ad esempio. Aveva 22 anni e un figlio piccolo. Lavorava in una azienda tessile di Montemurlo, vicino a Prato. Il 3 maggio 2021 è stata risucchiata e stritolata da un orditoio con  le protezioni manomesse. E Laila El Harim, 40 anni, madre di una bimba. Tre mesi dopo è stata uccisa da una fustellatrice in un’azienda di packaging di Camposanto, nel Modenese. Non conosceva a fondo, perché non era stata formata, le mansioni affidate, aveva inviato al compagno le foto dei congegni che la preoccupavano. Tante le vittime anche tra i datori di lavoro. I picchi di infortuni mortali, riguardano sopratutto imprese di costruzioni, trasporti e magazzinaggio  fabbriche di prodotti in metallo, aziende alimentari e delle bevande.

 

Macchinari sprovvisti di sicurezza o manomessi per fare più presto, cadute dall’alto provocate da fretta e da mancanza di sostegni e  di sicurezze, fuoriuscita di fluidi in presenza di persone senza protezione, cadute di carichi dall’alto che provocano schiacciamenti. Un lungo elenco di cause che richiamano alla memoria gli anni ‘60 e ‘70.  Riemergono infatti, tipologie di infortunio che hanno caratterizzato i primi decenni della ripresa postbellica e gli anni della grande espansione della nostra economia. Allora le lotte, le esperienze e le norme di legge approntate avevano ridotto l’incidenza di tali infortuni. Furono anni nei quali, nella coscienza dei lavoratori e della opinione pubblica, si cominciò a contestare l’idea che lo sviluppo economico e il benessere avessero come necessaria conseguenza la perdita di vita umane quasi come se il lavoro fosse equiparabile alla guerra.  Si sperava pertanto di non dover più assistere a queste tragedie.

 

L’impressione è che in questi anni, complice anche la crisi, soprattutto nelle piccole realtà sia venuta meno la consapevolezza e la cultura della sicurezza e che il risultato economico diventi più importante della vita umana stessa. Questo porta a violare in modo consapevole o meno norme elementari di sicurezza. Inoltre non sempre, ma in molti casi siamo anche in presenza di aree di lavoro “grigio” cioè di aree in cui è presente lavoro irregolare, non tutelato.

 

Le leggi ci sono e sono anche buone. La repressione delle violazioni è affidata alle ispezioni che avvengono raramente per carenza di organici dell’Ispettorato del lavoro. Qui il governo deve fare la sua parte. Tuttavia questo non basta. La battaglia contro gli infortuni è una battaglia che non deve avere pause o cadute di tensione. Va costruita una cultura condivisa da parte degli imprenditori e dei lavoratori e mantenuta una attenzione costante. Al centro vi deve essere la coscienza che la tutela della vita si fa con scelte responsabili ogni giorno.

 

 

Sandro Pasotti

 

Articolo pubblicato su "La Voce del Popolo" di giovedì 7 ottobre 2021

 

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