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La proposta delle Acli sulle pensioni
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Una proposta per le pensioni
da "La Voce del Popolo" di giovedì 4 ottobre 2018

di Martino Troncatti (membro della Presidenza delle Acli provinciali di Brescia e Vicepresidente delegato del Patronato nazionale Acli)
 
Molto si parla di una ipotetica riforma delle pensioni con quota 100 ma resta, in realtà, ancora molto da definire. Probabilmente l’età per l’accesso a pensione sarà anticipata partendo dai 62 anni di età e 38 anni di contributi. Da meglio definire e comprendere quali penalizzazioni siano però previste per i lavoratori che decidessero di uscire prima.
Come Acli il contributo che ci permettiamo di fornire sul tema riprende a tutto tondo quello che era il progetto della riforma Dini (1995) con qualche correttivo (pensione di inclusione) e con una forte spinta sulle tematiche che non hanno visto lo sviluppo auspicato (flessibilità per l’accesso a pensione e previdenza complementare)
Quale è la nostra proposta?
 
Reintroduzione di un principio universalistico, e non più solo selettivo, di flessibilità nell’accesso a pensione
L’attuale sistema previdenziale, disegnato dalla Riforma “Monti-Fornero” introdotto nel 2012, si caratterizza per una eccessiva rigidità e onerosità dei requisiti di accesso alle prestazioni pensionistiche che penalizza in particolare i lavoratori delle nuove generazioni, caratterizzati da lavoro precario e da carriere contributive ridotte, frammentate, discontinue e povere. Il pensionamento infatti è attualmente subordinato al raggiungimento di importi soglia difficilmente conseguibili se non supportati da una certa regolarità e consistenza dell’accantonamento contributivo.
Attualmente esistono strumenti di flessibilità pensionistica, ma questi sono selettivi e appannaggio solo di determinate categorie di soggetti: Ape sociale, “Precoci”,
Il principio di flessibilità, dovrebbe essere reintrodotto in maniera strutturale indistintamente per tutti i lavoratori e significherebbe consentire l’accesso a pensione ad una età libera opzionabile a partire da un requisito anagrafico minimo che oggi potrebbe ragionevolmente collocarsi in un intervallo tra i 63 ed i 65 anni di età.
Il patrimonio contributivo dovrebbe essere restituito sotto forma di pensione in un intervallo anagrafico libero opzionabile e ciò anche a prescindere da un requisito contributivo minimo.
 
Necessità di rilanciare la previdenza complementare
Il calcolo pensionistico “contributivo” basa i propri rendimenti sull’accantonamento contributivo dell’intera vita lavorativa.
Questa modalità di calcolo meno favorevole trovava nella riforma del 1995 la sua intima legittimazione e inscindibile contrappeso nel contemporaneo sviluppo di un adeguato sistema di Previdenza Complementare.  Ciò, purtroppo, non è avvenuto.
Secondo noi occorre quindi pensare a una seria politica di rilancio della previdenza complementare secondo le seguenti linee direttrici:
- formazione dei giovani sui temi dell’educazione finanziaria e del risparmio previdenziale;
- obbligatorietà di un’iscrizione “base” a un fondo di previdenza complementare;
- possibilità di reversibilità temporanea della scelta di adesione a previdenza complementare per i neo–iscritti;
-  previsione di ulteriori benefici/incentivi anche per i datori di lavoro.
 
Introduzione di una “Pensione di inclusione” nel sistema contributivo
La mancata previsione del diritto di un’integrazione della pensione a un importo minimo, in presenza di uno stato di bisogno economico, costituisce oggi uno degli elementi di forte criticità del sistema contributivo.
È urgente prevedere - anche nell’ambito del sistema contributivo - una “Pensione di inclusione”, ossia un trattamento di garanzia che assicuri, in presenza di uno stato di bisogno economico, un reddito che consenta mezzi adeguati alle esigenze di vita del pensionato in caso di malattia, infortunio, invalidità o disoccupazione involontaria.
 
 
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