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Come la geopolitica classica ci rende disillusi
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di Angelo Moratti

 

Nel numero di aprile di Limes, la principale e più autorevole rivista italiana di geopolitica, è comparso un particolare articolo firmato dall’analista e scrittore Vitalij Tret’jakov, intitolato: “Cari amici italiani, vi aiutiamo perché vi amiamo. A differenza dei vostri alleati.”

 

L’interessante (e forse provocatoria) posizione sostenuta nell’articolo è che, nei vari aiuti inviati all’Italia in questo periodo di emergenza, la Russia non sta affatto perseguendo alcun secondo fine: è solo desiderosa di aiutare.
 
“Non è un segreto che in Russia l’Italia e gli italiani siano amati più di qualunque altro paese e nazione europei. Si sa da tempo. Pertanto, a qualsiasi richiesta di aiuto da parte dell’Italia – grande o piccola che sia questa richiesta – la Russia sarà sempre pronta a rispondere, e in tutta velocità.”
 
Una posizione certamente legittima, che tuttavia sarebbe interessante rileggere alla luce di una delle principali teorie della geopolitica classica, quella ideata dal geografo e diplomatico inglese Sir Halford Mackinder nel lontano 1904, la quale prende il nome di teoria del “Pivot geografico della storia”.
 
Secondo tale dottrina, che ha poi rappresentato il punto di partenza di diverse strategie politico-militari nel corso del ‘900, esiste nella geografia dei continenti terrestri un perno (pivot) a partire dal quale è possibile rileggere tutte le vicende storiche, fin dalle conquiste mongole del ‘300 per arrivare ai giorni nostri.
 
Tale pivot è rappresentato dalla zona centrale del continente euro-asiatico (heartland), che dal XX secolo in poi si identifica con l’impero russo e che si trova nella condizione ideale di essere geograficamente protetto da attacchi esterni da parte delle potenze marittime (sea power), grazie alla presenza di confini terrestri a sud e di freddi mari ghiacciati a nord. L’heartland è poi circondato da una mezzaluna interna definita rimland, composta dalla cintura di stati che avvolgono il continente russo (di cui fanno parte paesi come Germania, Turchia, India, Cina) e da una seconda mezzaluna esterna composta dalle potenze marittime di sea power (Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone).
 
La caratteristica storica delle potenze che nel tempo hanno occupato l’area del perno geografico della terra è sempre stata quella di essere molto grandi a livello di estensione, ma con margini di manovra piuttosto limitati se paragonati a quelli delle potenze insulari e marittime. Secondo Mackinder, tuttavia, grazie agli immensi sviluppi tecnologici dell’ultimo secolo, a partire dal potenziamento ferroviario, la naturale tendenza all’espansione dell’heartland avrebbe subito un ulteriore impulso, dettato dalla volontà di egemonizzare le terre emerse circostanti fino ad occupare potenzialmente tutta l’isola mondo (world island) formata dal continente euro-asiatico.
 
La teoria presentata dal geografo inglese nel 1904, forse anche a causa della sua tendenza a non focalizzarsi tanto su problemi contingenti, quanto piuttosto a cercare di delineare tendenze storiche di lungo corso, ebbe in realtà un impatto piuttosto limitato sul mondo politico britannico dell’epoca. Ciononostante, se si rileggono gli eventi dell’ultimo secolo, la tendenza espansiva del cuore geografico della terra appare piuttosto evidente, se si osservano il progressivo sviluppo della Russia Sovietica prima, passata dall’essere uno stato pre-industriale al divenire una superpotenza globale, e in seguito della Federazione Russa ai giorni nostri, con le sue tendenze espansive non solo a livello di egemonia politico culturale, ma anche più strettamente dal punto di vista militare (Ucraina, Siria e non solo).
 
Non a caso, la frase che secondo Sir Mackinder rappresentava e sintetizzava meglio la propria dottrina, era proprio la seguente: “Chi controlla l’Est Europa comanda l’heartland: chi controlla l’heartland comanda l’isola-mondo: chi controlla l’isola-mondo comanda il mondo.”
 
Alla luce di questa teoria, anche gli ultimi eventi relativi all’emergenza, in cui la Russia ha prestato sicuramente una mano alla nostra nazione in difficoltà - e di questo non si può che essere grati a prescindere da tutto - possono essere riletti in una luce forse più cinica, ma probabilmente anche maggiormente veritiera.
 
Ogni azione nello scacchiere delle relazioni internazionali, tanto ostile ed avversa come cordiale e amichevole, può essere interpretata in due modi: nella logica delle buone intenzioni e dell’amicizia fra i popoli, sicuramente molto poetica e rassicurante, oppure con le fredde lenti della strategia militare e geopolitica.
 
In generale, dal canto nostro, per quanto crediamo certamente che la politica internazionale non possa esimersi da considerare l’etica e la solidarietà come propri elementi fondanti, allo stesso tempo siamo consapevoli che una lettura disincantata della realtà può aiutare a comprendere meglio le ragioni alla base dei movimenti degli attori che agiscono nella scena internazionale.
 
 
Bibliografia: Bordonaro, F. “La geopolitica anglosassone”, Edizioni Guerini, 2009.
 
 
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