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#EDITORIAL

Rigenerare il corpo sociale 

di Pierangelo Milesi (presidente provinciale Acli)

 

Il sollievo e la corretta precauzione che viviamo nell’uscire dalla fase più acuta dell’emergenza sanitaria, non ci esime dal dovere di mettere a fuoco il nostro sguardo sulla difficile e complessa realtà consegnataci dalla pandemia, per ritrovare, insieme, tracce di speranza rigenerante. Sarebbe un errore grave oltre che illusorio, immaginare la vita sociale dopo la pandemia del Covid-19 come un ritorno alla nostra normalità, al mondo a cui eravamo abituati. Abbiamo invece la responsabilità di modificare il nostro stile di vita, abbandonando i miti moderni del benessere e del progresso, falliti e pur tuttavia duri a morire, e ritornando invece alla cura delle relazioni sociali.

 

Certo, le epidemie si diffondono proprio attraverso le relazioni, ma stiamo tutti sperimentando l’importanza di coltivare una visione relazionale della vita umana e dell’organizzazione sociale: serve una nuova visione creativa e soprannaturale delle relazioni affinché siano portatrici di bene.

 

Come il corpo umano è un complesso e meraviglioso sistema di relazioni e connessioni, così è il corpo sociale, che sviluppa una stretta connessione tanto delle persone umane fra loro, che dei fenomeni nascenti dalla vita sociale. Al di là della individualità delle nostre singole persone, al di sopra e al fondo del nostro essere individuale, c’è un collegamento tra di noi, che ci colloca in un rapporto soggettivo e oggettivo di interdipendenza con gli altri esseri umani vicini e lontani e unisce in modo più o meno profondo gli aspetti mentali e materiali delle nostre singole vite, nonché della vita associata.

 

La pandemia ha certamente messo in pericolo i nostri corpi, la salute e la fisicità delle nostre persone, così come ha pure messo in crisi la dimensione materiale del corpo (tutti abbiamo impresse nella mente le bare che celavano corpi morti non più visti nè toccati, tutti abbiamo sperimentato la mancanza di un abbraccio fisico o il disagio del distanziamento obbligato dai corpi delle persone care, così come tutti abbiamo dovuto imparare talvolta a distinguere un sorriso o una smorfia dalla sola espressione degli occhi). La pandemia però ha anche rivalutato il corpo sociale, insegnandoci che la nostra vita è appesa al filo delle relazioni: sono queste a determinare la nostra identità personale e sociale. La situazione derivata dalla pandemia ha sì compromesso il rapporto con l’Altro, che si è progressivamente trasformato in potenziale “untore”, ma questa stessa situazione ci ha anche costretto a fare i conti con il nostro Io più profondo, il quale ha dovuto ridefinirsi all’interno di uno spazio relazionale ridotto al minimo. Abbiamo la responsabilità di praticare un paradigma culturale che vada oltre l’individualismo e il soggettivismo ereditati dalla modernità, che ha occultato il mistero della relazione. La pandemia ha accelerato un processo che era già in atto, ossia la crisi dell’illusione consumista e globalista, l’illusione cioè di poter andare oltre ogni limite, e ci ha posto nella situazione di dover fare i conti col fatto che l’uomo vive di e in relazione.

 

La modernità ha immunizzato le persone dalle relazioni, nel senso che ha considerato le relazioni come una limitazione dell’individuo, come una costrizione del suo Io, e quindi come qualcosa da cui staccarsi, passibile di essere modificata a piacere, per rendere gli individui più liberi. Questa modernità crolla di fronte alla pandemia: senza relazioni buone e sane – l’abbiamo sperimentato – la vita umana diventa problematica. Anche le Acli si rinnovano in un compito politico straordinariamente importante: favorire e promuovere ogni forma di rigenerazione del corpo sociale dentro il paradigma della fraternità, coltivando i beni relazionali, anzichè l’individuo che compete per il successo e per consumi sempre più volatili, privi di una relazionalità umana significativa. Il periodo estivo è occasione associativa opportuna anche per vivere questo orizzonte e lasciarci rigenerare dalla Parola che diventa Corpo sociale e, attraverso la nostra vita, occasione di Relazione.

 

Buona estate!

 

 

 

Il corpo che ci unisce
di Daniela Del Ciello

 

È da più di un anno che la priorità è sopravvivere e d’altronde molte delle attività che sono reale prerogativa del vivere ci sono negate: abbracciare, baciare, incontrare, mangiare in compagnia, ballare. La salute dei nostri corpi è diventata, letteralmente, questione di Stato. I nostri corpi, che mascherina devono indossare, a che distanza devono stare, di quale gel si devono spalmare sono oggetto di norme e raccomandazioni. Per questo abbiamo deciso di metterlo al centro di queste pagine.


L’abbiamo mortificato (vd. Onger a pagina 6) e dato per scontato, quando è possibile lo vogliamo sostituire sui luoghi di lavoro (vd. Rossini a pagina 10), o allontanarli dalle scrivanie e dai colleghi (vd. Scalvenzi a pagina 19), così come dai ristoranti e dai negozi (vd. Bertoglio a pagina 12). Lo curiamo come possiamo, ma non possiamo tutti allo stesso modo (vd. Budano a pagina 8) e cerchiamo di generare altri corpi, altre vite, e a volte non bastano le politiche di welfare o gli incentivi, a volte è proprio il corpo, semplicemente il corpo, a rendere difficile dare vita (vd. Labolani a pagina 13).


Non c’è contraddizione nel considerare il corpo sia individuale che collettivo (o sociale, come l’abbiamo definito anche in copertina): il corpo ci è stato donato per entrare in relazione. Ciò che pare così individuale, biologicamente e biograficamente, abbiamo riscoperto essere collettivo, a causa del contagio, in negativo, auspicando un’immunità grazie al vaccino, in positivo. Mettiamo le mascherine per proteggere gli altri, più che noi stessi. Stiamo lontani dai nostri anziani, per tutelarli. O questo è stato il tentativo, dando per scontato che la sopravvivenza del corpo fosse prioritaria, rispetto alla carenza d’amore. Che è vero, ma anche falso. È semplicemente un quesito più grande di noi, come molti dei temi e dei dolori che questa pandemia ci ha messo davanti.


Ma anche fuori dalla pandemia il corpo ha un immenso potere. Quando parliamo della giovane Luana morta, schiacciata in un macchinario, parliamo per settimane di morti sul lavoro perché abbiamo visto la sua immagine e riusciamo a immaginare il suo corpo nell’orditoio, riusciamo a sentirlo. Le migliaia di morti nel Mediterraneo ci impressionano nel numero, a volte, quando non prevale l’assuefazione di cui talvolta cadiamo vittime, ma è quando vediamo i corpi, mediante i media, dei bimbi che giacciono sulle spiagge che sentiamo davvero il problema.


Mi stupisco di come gli esempi citati siano entrambi nella sfera del dolore. Non sono solita dare questa connotazione alla corporeità, che è vita e gioia. La verità è che non si tratta semplicemente di dolore, ma di compassione (dal latino: [cum] insieme [patior] soffro). Perché la condizione di umanità - e quindi mortalità - che ci è data dall’avere un corpo, pur nelle differenze, è ciò che ci rende davvero uguali.

 

 

In questo numero di Battaglie Sociali

 

Filo Rosso

Il corpo e lo spirito, tra dualismi e presunzioni (di Angelo Onger)

Disuguaglianza e cure (di Gianluca Budano)

Corpi digitali (di Roberto Rossini)

 

I segni dei tempi

Parliamo di politica bresciana (di Stefano Dioni)

 

Fatti non foste

Rileggendo don Milani (di Maurilio Lovatti)

 

Librarti
di Maurilio Lovatti e Francesca Bertoglio

 

Annales
di Salvatore Del Vecchio

 

Influencer
di Fabio Scozzesi

 

Sportello Lavoro
di Fabrizia Reali

 

Un nuovo modello di assistenza sanitaria
di Luciano Pendoli

 

I fedeli torneranno in chiesa?
di mons. Alfredo Scaratti

 

e molto altro...

15/06/2021
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