Scuola, educazione e sociale: per un’Italia “montessoriana”

Lunedì 31 agosto 2020

150 anni fa nasceva Maria Tecla Montessori, educatrice, pedagogista, ma anche filosofa, medico, neuropsichiatra infantile e scienziata italiana di fama mondiale che ha dato il suo nome a un metodo educativo che ha rivoluzionato la pedagogia del tempo, ma è ancora attualissimo.

 

Un metodo che si basa sul fondamento che ogni bambino è unico ed irripetibile nel suo potenziale psichico ed intellettivo, implicando così un accompagnamento nella crescita che lo faccia esprimere liberamente e un insegnamento rispettoso dell’individualità di ognuno.

 

La lezione di Maria Montessori è duplice e straordinariamente attuale al tempo della pandemia che ha aumentato le disuguaglianze tra i bambini.

 

Agli addetti ai lavori, dagli insegnanti agli educatori agli operatori sociali in generale: quanto davvero le politiche sociali, scolastiche ed educative hanno inteso raccogliere l’idea dell’individualità del minore che vive un contesto familiare, pensando per quel bambino insegnamenti e risposte sociali ad hoc?

 

Alle Istituzioni politiche del nostro Paese: quanto la politica ha pensato a programmare un livello di integrazione delle risposte e dei servizi nell’ottica che il bambino è uno, nelle potenzialità e nei problemi che esprime?

 

Alla prima domanda, si può facilmente rispondere che i piani educativi individualizzati sono ancora teoria, specie in classi ancora con numeri che non consentono un lavoro certosino di questo tipo. Idem avviene per le altre risposte sociali che lo Stato offre: siamo ancora lontani dalla logica teorizzata ma non praticata, che il bambino (e l’adolescente), futuro della società, meriti un suo piano di crescita, a cui concorre la famiglia, la scuola e tutti i servizi che possono incrociare la sua esistenza (come i servizi di welfare assistenziale e promozionale).

 

La seconda domanda trova il riscontro nella risposta alla prima: le Istituzioni politiche sono ancora molto lontane dal pensare al bambino (ma più in generale al cittadino) come a un soggetto unico che merita risposte complete ed esclusive, e non parcellizzate e attivabili per step.

 

La lezione di Maria Montessori ha avuto una grande carica profetica per il Paese e non solo, ma ha anche subito il ritardo maggiore nella sua attuazione, se è vero come è vero che abbiamo ancora un Paese che non ha compreso che i bambini (e l’investimento su di essi) devono essere assolutamente prioritari nella costruzione della società del futuro, fondamenta di essa: un bambino “cresciuto male” ha effetti pluriennali sulla società che vivrà, nella sua esistenza individuale e nelle contaminazioni che produrrà nell’ambiente in cui si relazionerà, come le neuroscienze ci insegnano.

 

Per ogni bambino che nasce (e siamo tra l’altro in tempi di denatalità) lo Stato lo deve considerare come la risorsa prioritaria e pensare a lui come a un essere che merita un’attenzione individuale e integrata, al pari della sua famiglia e nella consapevolezza che a volte quella famiglia non c’è o non ce la fa.

 

Questa è la storia, ma non gli è da meno la cronaca. Un Paese “montessoriano” in tempi come quelli che la pandemia ci ha dato, avrebbe concentrato la sua attenzione con assoluta priorità sul tema della scuola e dell’educazione che è invece, purtroppo, marginale; l’individualità degli interventi rivolti ai bambini: un miraggio. Prendiamo atto, senza rassegnazione, che i ritardi son troppi e che la consapevolezza che i minori vanno tutelati prima di ogni cosa è parziale, rendendo la società italiana ancora lontana dall’essere a misura di ogni singolo bambino.

 

 

 

Gianluca Budano
Portavoce Nazionale Alleanza Inclusione e Benessere Infanzia “Investing in Children” e Consigliere Presidenza Nazionale ACLI

 

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