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  04/05/2012  

Averi "non negoziabili"

AVERI "NON NEGOZIABILI"

di Roberto Rossini (presidente provinciale ACLI)

Avere o essere? La nostra generazione ha dibattuto a lungo su questi diversi modi di vivere la vita, così come li fulminava Erich Fromm: possedere beni, cose proprietà oppure crescere la propria interiorità, libertà ed esperienza? Posto così, tra le nostre frequentazioni, il dilemma si risolveva facilmente: meglio essere. Ma per quanto sia più desiderabile l’essere, cosa succede se manca l’avere? Se non ci son soldi per sfangare la vita? Mio padre mi spiega che per acquistare una casa negli anni ’60 bastavano meno di 30 dei suoi stipendi di impiegato. Ora ne occorrono quantomeno un centinaio. Di più, perchè si risparmia di meno. Oggi non si può fare a meno di una serie di oggetti e servizi che neanche si sogna- vano. E dunque: possiamo parlare di valori non negoziabili e di grandi questioni morali, ma è necessario che alcuni bisogni primari siano soddisfatti. Il denaro non è un valore: ma non possiamo far finta che non ce l’abbia, per denaro si fanno molte cose (anche immorali). L’indagine che presentiamo in questo numero dà conto di un fatto: molti redditi calano. A causa di questa riduzione aumenteranno le preoccupazioni e i comportamenti pericolosi: gioco d’azzardo, evasione fiscale, affari border line, coinvolgimenti poco puliti. Per non dire di furti, rapine e – drammaticamente – suicidi. Non possiamo moraleggiare troppo. Due vie d’uscita. La prima è rieducativa: reimparare a usare bene il denaro, a “fare economia”. Da qualche mese lo proponiamo come cammino formativo per piccole comunità (“Fare i conti con la crisi”).

La seconda è politica, collegare i soldi al lavoro. Non l’arricchi- mento in sè, ma l’aumento di valore del lavoro che consenta di vivere sempre più dignitosamente. Crediamo – lo diciamo con le parole di Sepùlveda – che “l’uomo onesto si guadagna il pane prima di portarselo alla bocca”. Si guadagna perchè si lavora: si guadagna il giusto lavorando il giusto. Con questo criterio certi guadagni diventano “immorali”: può un manager guadagnare 1000 volte più di un operaio? Che, col collegamento precedente, diventa: può il lavoro di un operaio valere 1000 volte meno di quello del manager? Questo disvalore droga il lavoro e molte altre cose. Tra l’altro dobbiamo anche osservare che essere più ricchi non significa essere più disponibili a pagare il proprio e giusto obolo allo Stato. Anche questo è un problema: chi non paga le tasse scarica il peso dei servizi sul ceto più debole. L’evasione fiscale non si riduce ad un meno verso l’astratto Stato, ma ad un meno verso chi ha redditi più controllabili, ovvero la maggioranza dei cittadini (circa 16 milioni di dipendenti e 17 milioni di pensionati). Chi evade, ruba. “Conta sì il denaro, altro che no”, cantava schiettamente Vasco. Anche noi lo fischiettiamo, ma cogliendo l’aspetto che ne dà fondamento: il valore lavoro. Sia morale sia economico: una volta tanto, la parola valori coincide.

 

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