Acli Provinciali di Brescia
LE ACLI
La nostra storia
Le Acli / La nostra storia

Riassumere in poche righe una storia ricca come quella delle Acli è impresa ardua. Rimandiamo al sito delle Acli nazionali www.ungrandecompito.it e riportiamo il testo che racconta dei primi anni di vita dell'associazione. 

 

 

 

Il percorso di progettazione, costituzione, organizzazione e di riconoscimento pubblico delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani abbraccia un periodo che va dall’estate del 1944 alla primavera del 1945.
Le Acli muovono infatti i loro primi passi nel corso di una serie di incontri che si tengono a Roma dal 14 giugno al 5 luglio 1944, a pochi giorni dalla liberazione della città e all’indomani (9 giugno) della firma del Patto di Roma da parte di Giuseppe di Vittorio, Achille Grandi e Emilio Canevari, che aveva sancito la Costituzione del sindacato unico dei lavoratori, la Cgil unitaria. Si punta a rendere operativo il progetto di costituzione delle future Acli, in cui sono abbozzate le linee statutarie e prefigurate le forme organizzative del movimento. Come riporta Giuseppe Pasini nel suo Le Acli delle origini:
Il progetto maturato nel gruppo di studio era assai ambizioso. Puntava, infatti, a un movimento completo e specializzato, dove i lavoratori potessero trovare risposta a tutti i loro bisogni, dalla formazione spirituale all’assistenza sociale, all’abilitazione sindacale.
Agli incontri prendono parte, oltre ad Achille Grandi, Piercostante Righini, delegato centrale dei lavoratori della Gioventù italiana di Azione cattolica, Vittorino Veronese, segretario dell’Istituto cattolico di attività sociali (Icas), Luigi Palma della presidenza dell’Azione cattolica, esperto di problemi del lavoro e della formazione professionale, Silvestra Tea Sesini, dirigente dell’Unione Donne di Azione cattolica, Giulio Pastore e Lamberto Giannittelli in rappresentanza della Democrazia Cristiana.
 
Perché le Acli?
Achille Grandi racconta così i passaggi che portarono alla fondazione delle Acli:
“Era convincimento di noi tutti che i lavoratori cristiani, pur entrando in un’organizzazione sindacale che affermava solennemente di rispettare tutte le opinioni politiche e religiose, avessero bisogno di un’organizzazione che li formasse solidamente nella dottrina sociale cristiana. Noi volevamo che rivivessero nelle Acli le nobili tradizioni della dottrina leoniana e di quelle mirabili opere che sorsero in Italia in seguito all’importante enciclica, e che raggiunsero il massimo della loro efficienza dopo l’altra guerra. E perché rimanessero nel solco della tradizione occorreva agganciarsi all’Istituto cattolico di attività sociali che fu l’erede di tutte le opere sociali secondo gli ordinamenti che diede Pio XI all’Azione cattolica oltre 20 anni fa. Così iniziammo ancora prima del Patto di Roma i primi contatti con vari dirigenti dell’Azione cattolica per mettere le basi e delineare le finalità dell’organizzazione. Ma questa non poté sorgere immediatamente dopo la liberazione di Roma perché occorreva il crisma dell’Autorità ecclesiastica e questo si poté ottenere solo quando fu possibile lavorare alla luce del sole. In attesa che sorgessero quelle che allora andavamo chiamando con linguaggio convenzionale e terminologia provvisoria Associazioni libere, costituimmo un Ufficio sindacale della Democrazia cristiana ma facemmo allegare, però, al Patto di Roma, una dichiarazione nella quale rivendicavamo la libertà di preparare i nostri lavoratori alla vita sindacale in libere associazioni che integrassero il sindacalismo unitario”.
Grandi si riferisce alla dichiarazione della corrente democratico-cristiana in cui tra l’altro è scritto appunto che “l’esistenza del sindacato unitario non esclude che i lavoratori si organizzino in associazioni libere e private per scopi educativi, politici, assistenziali, ricreativi ed in altre opere di carattere cooperativo e professionale”.
L’esigenza di un’organizzazione che “formasse solidamente nella dottrina sociale cristiana” i lavoratori era nata fin dai tempi delle prime trattative clandestine fra le tre correnti cristiana, comunista e socialista per la firma del Patto di unità sindacale.
Come conferma monsignor Luigi Civardi, il primo assistente ecclesiastico delle Acli, “l’idea (…), non il nome, nacque nella mente e nel cuore di Achille Grandi insieme con l’idea dell’unità sindacale e ne fu una conseguenza”.
 
Il nome
Il nome “Acli” invece viene coniato da Vittorino Veronese. Le quattro lettere che formano l’acronimo significano appunto “Associazioni cristiane dei lavoratori italiani”.
La prima lettera, la “A”, ha un significato plurale e non singolare come invece vorrebbe una vulgata popolare. Perché questo plurale? Perché lo statuto prevede che, sotto la bandiera della nuova organizzazione, vi sia una pluralità di forme associative: circoli, nuclei aziendali, società cooperative, sportive, teatrali, associazioni di categoria. In sintesi “le” Acli.
Il secondo elemento è la lettera “C”, da leggere non come “cattoliche” ma “cristiane”. Una scelta anomala che rinvia alle esperienze di Paesi come la Germania e il Belgio dove le associazioni operaie si chiamano già “cristiane” e non “cattoliche”, perché quelle società erano pluriconfessionali. Tale scelta viene approvata da Pio XII che, essendo stato Nunzio apostolico della Santa Sede in Germania, comprende la necessità di un’identità capace di unire e non di dividere.
La terza lettera, la “L”, significa lavoratori, cioè, quell’universo di persone che sono la ragione per cui le Acli sono nate. Lavoratori della terra e dell’industria, braccianti e operai insieme. Quando nella storia aclista si parla della “fedeltà al lavoro”, si fa riferimento appunto a questo vincolo identitario.
Infine, la lettera “I” che significa italiani. Oggi questa “I” potrebbe anche essere letta come “internazionali” sia perché hanno accompagnato tanti nostri connazionali emigrati in cerca di lavoro, sia perché – più recentemente – hanno sentito l’urgenza di rendersi presenti laddove povertà e conflitti sono fonte di ingiustizia e di disperazione.
 
La prima uscita e il “battesimo”
La prima uscita pubblica delle Acli si ha con un convegno cui partecipano rappresentanti di diverse regioni del Mezzogiorno liberato, svoltosi a Roma nei giorni 26/28 agosto 1944, nel convento di S. Maria sopra Minerva.
In quell’occasione viene eletta una commissione centrale provvisoria presieduta da Achille Grandi: nascono come una organizzazione autonoma e democratica e per prime costituiscono una presenza cristiana organizzata nel mondo del lavoro.
L’investitura ufficiale da parte della Chiesa avviene l’11 marzo 1945 quando, al termine del loro primo convegno nazionale – Per una maggiore e più consapevole partecipazione dei cattolici alla vita sindacale – in cui sono presenti solo le province liberate, Pio XII le riceve in udienza e le de?nisce «cellule dell’apostolato cristiano moderno».
È dunque per questo motivo che la festa del primo decennale viene pensata e organizzata nel 1955. E per questo motivo nel 2015 le Acli hanno festeggiato i loro 70 anni di vita.
Il simbolo
Come per ogni organizzazione che si presenta pubblicamente per la prima volta, anche per le Acli divenne importante darsi una identità propria anche attraverso un simbolo, un”immagine in cui riconoscersi.
La scelta punta a mettere in primo piano un insieme di segni che apparivano raccolti all’in- terno di un cerchio, sotto il quale era scritto l’acronimo Acli. Dentro il cerchio figuravano: la Croce, il libro, la spiga e la vanga, e l’incudine. Complessivamente essi indi cavano l’appartenenza alla Chiesa, il valore della cultura e la centralità del lavoro agricolo e industriale.
La Croce. La visibile presenza della Croce nel simbolo delle Acli è la traduzione iconica della loro originaria identità e della conseguente fedeltà alla Chiesa.
Il libro. A sinistra della Croce, il simbolo delle Acli presenta il libro, che sta a indicare non tanto la Sacra Scrittura quanto uno strumento di alfabetizzazione e di cultura. Le Acli, infatti, sono nate per istruire i lavoratori alla Dottrina sociale della Chiesa e per formare in essi una matura coscienza cristiana. Nel periodo in cui nascono le Acli, il dramma dell’analfabetismo è ancora diffuso nel nostro Paese e la scuola media obbligatoria ancora non esiste.
La spiga e la vanga. La spiga di grano ha un grande potere di suggestione e di evocazione anche religiosa. La vanga è lo strumento agricolo che il contadino stringe nelle proprie mani e che è munito di una staffa su cui fa pressione con un piede per affondare sul terreno duro.
L’incudine. La presenza dell’incudine sta a indicare il mondo dell’artigianato e dell’industria, in una parola, degli operai. Al livello immaginario l’incudine è spesso associata ad un martello e ad un tornio, comunque ad attrezzature proto-industriali. Agricoltura, artigianato, industria e libero impiego: tutti questi universi lavorativi sono richiamati nel simbolo (plurale) delle Acli.
 
I primi passi
Nei primi mesi di vita delle Acli si sviluppa un forte dibattito con la Democrazia cristiana e i sindacalisti cristiani per la direzione della Corrente sindacale cristiana. È in questo contesto che Achille Grandi (febbraio 1945) lascia la presidenza delle Acli per dedicarsi interamente all’impegno nel sindacato unitario.
Gli succede Ferdinando Storchi, proveniente dall’Azione cattolica e sostenitore della funzione pre-sindacale delle Acli, sancita poi dal primo congresso nazionale (Roma, 25-28 settembre 1946). L’articolo 1 dello Statuto de?nisce il movimento come “espressione della corrente cristiana in campo sindacale”.
In una tradizione che si ripeterà per molti anni, il Papa incontra a Castel Gandolfo i partecipanti al Congresso appena concluso, il 29 settembre 1946. Pio XII nel suo discorso offre la sua benedizione alle Acli e le chiama a una triplice promessa di fedeltà: uno schema che dopo pochi anni, come vedremo, verrà ripreso (e re-interpretato) dal presidente Penazzato. Fedeltà a Dio, perché “voi potete e dovete essere (…) il lievito, che penetri nelle masse lavoratrici per trasformarle e vivificarle secondo il pensiero e le virtù cristiane”; alla Chiesa che “non inganna e non delude l’aspettazione del popolo”; e alla Patria che “ha bisogno della cooperazione di quanti sono buoni, onesti, volenterosi, capaci, anche se vengono da campi politici diversi”.
 
La diffusione territoriale e la nascita dei servizi
Fin dall’inizio, le Acli si con?gurano come un movimento atipico in ambito cattolico: una presenza cristiana nel mondo del lavoro, sorta sotto gli auspici della gerarchia cattolica – che concede un “assistente” nella ?gura di monsignor Luigi Civardi – ma con la particolarità di una struttura organizzativa autonoma e democratica.
I tesserati dichiarati nel 1947 sono oltre mezzo milione, presenti e organizzati in tutte le province. Riporta Pasini però che “già alla fine del 1945 si può constatare la presenza di un’organizzazione territoriale capillare costituita da circoli, comitati provinciali e organi centrali (…). Il circolo è, fin dall’inizio, il centro di convergenza dei lavoratori e delle relative organizzazioni specializzate di un dato territorio (comune, rione, parrocchia) (…). Nel settembre 1945 i circoli sono 250. Con l’innesto del Nord aumentarono rapidamente e già all’inizio del 1946 se ne contano 1.846, per salire nel 1947 a 3.690 e nel 1948 a 4.825. I dirigenti dei circoli, per lo più lavoratori e popolani, gente molto pratica, compresero che si potevano attirare i lavoratori solo facilitando i loro problemi concreti. Così ben presto i circoli si trasformarono in centri propulsori delle attività più disparate (…)”.
Il movimento per esempio viene autorizzato a gestire la cosiddetta “mescita per le bevande alcoliche”, che contribuirà in modo rilevante alla diffusione dei circoli nelle realtà sociali locali.
Ma la prima forma di servizio con cui le Acli si rendono visibili sul territorio e tra la gente è quella del Patronato, che si costituisce per opera di Giulio Pastore, primo segretario delle Acli, “quale organo delle Associazioni cristiane lavoratori italiani, per i servizi sociali dei lavoratori” (dall’atto costitutivo del 3 aprile 1945). Il Patronato Acli viene poi riconosciuto dal Governo italiano nel dicembre del 1947.
Si sviluppano anche altri servizi e l’informazione interna: in particolare, il 23 gennaio del 1949 viene fondato il settimanale Azione sociale. Nascono varie specializzazioni, in primo luogo il movimento femminile: la prima delegata centrale è Maria Federici e il I Congresso nazionale femminile delle Acli si tiene ad Assisi dal 16 al 19 luglio 1949. Per la rottura di un accordo di collaborazione con la Gioventù italiana operaia cattolica (Gioc), che dal 1946 era “inquadrata” dentro le Acli, si costituisce nel 1949 anche Gioventù aclista. Il 12 maggio 1947 la presidenza centrale delle Acli annuncia di voler organizzare un proprio movimento degli agricoltori che chiamerà Acli Terra, proprio alla vigilia della grande riforma agraria del 1948. Inoltre, sin dai primi anni dalla loro nascita, le Acli sono emigrate insieme ai lavoratori italiani, radicandosi in quei Paesi dove i nostri connazionali si recavano in cerca di lavoro: Francia, Svizzera, Belgio, Germania.
 
La fine dell’unità sindacale
Nel frattempo cresce la difficoltà e la polemica tra le correnti del sindacato unitario e si intensi?cano in ambito cattolico le spinte verso la rottura dell’unità sindacale. Forti in questo senso anche le parole che Pio XII indirizza alle Acli nel discorso pronunciato il 29 giugno 1948: “Se la forma presente del Sindacato venisse a mettere in pericolo il vero scopo del movimento dei lavoratori, allora le «Acli» non verrebbero certamente meno a quel dovere di vigilanza e di azione, che la gravità del caso richiedesse”.
Dopo l’attentato alla vita di Palmiro Togliatti del 14 luglio e lo sciopero generale proclamato dalla Cgil, la corrente sindacale cristiana e le Acli sono ormai pronte a decretare la scissione che è nell’aria da tempo.
Il congresso straordinario del 15-18 settembre 1948 dà il via libera alla costituzione di una nuova esperienza sindacale che si sviluppa, sotto l’impulso di Giulio Pastore, su principi di indipendenza e non confessionalità: la Libera Cgil, che dal 1950 assume il nome di Cisl.
Le Acli, alla cui guida viene confermato Storchi, si danno la nuova definizione statutaria di “movimento sociale dei lavoratori cristiani”.
 
La crisi di identità
Gli anni 1948-1950 sono un periodo di grave crisi di identità per il movimento aclista: persa l’investitura sindacale, “dissanguata” l’organizzazione di moltissimi quadri dirigenti e militanti a favore del nuovo sindacato, si nutrono molte incertezze all’esterno e all’interno delle Acli sulla continuità di quell’esperienza.
È una lettera di Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI – allora sostituto alla segreteria di Stato – scritta il 15 settembre 1949 per volontà di Pio XII che, ribadendo l’indiscutibile opportunità della permanenza e della missione delle Acli, offre al movimento una nuova investitura e la forza di riproporsi come “corpo rappresentativo” di tutti i lavoratori cristiani, “guida e orientamento” per la loro promozione.
 
La ripresa e l’autonoma adesione al movimento operaio
Al III congresso nazionale (Roma, 3-5 novembre 1950) il presidente Storchi può presentare un movimento quantitativamente in ripresa: circoli, corsi professionali, stampa, varie attività creative e sociali.
In quel frangente, in particolare, il presidente Storchi può parlare di “lieta sorpresa”, nel constatare come le Acli abbiano assunto un ruolo crescente nel settore dell’istruzione professionale. Un ruolo non esplicitato espressamente nel primo statuto ma dato dalla loro naturale vocazione formativa. L’Enaip (Ente nazionale Acli per l’istruzione professionale), con statuto proprio, viene poi costituito il 16 novembre 1951 e dieci anni dopo arriverà anche il riconoscimento giuridico.
Il III congresso approva un programma sociale “per una società cristianamente fondata sul lavoro” e “un metodo di presenza aclista” che guiderà le Acli per lunghi anni: un’azione diretta “a titolo di movimento” e un’azione indiretta degli aclisti inseriti nelle strutture sociali, primo luogo il partito e il sindacato.
Nei primi anni Cinquanta, il movimento unisce il proprio impegno sul territorio a un vasto moto di ripensamento che condurrà alla elaborazione di una “ideologia della seconda incarnazione delle Acli”, da allora punto di  riferimento ideale, culturale e politico dell’associazione. Si tratta della “scoperta” del movimento operaio e del proprio esserne parte essenziale, elemento costitutivo.
In questa fase, nel giugno del 1952 si organizzano anche le lavoratrici domestiche acliste, che si radunano a Roma per il I Congresso nazionale. Ma già dal 1945 il tema del lavoro domestico era al centro delle preoccupazioni delle Acli.
 
 

 

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